Lunedì, 18 Aprile 2016 08:47

Intervista a Giuseppe Bernoni, l'inventore dello studio associato in Italia

A cura di Ignazio Marino

La costituzione di studi associati fra professionisti si prospetta come una necessità inderogabile in un prossimo futuro. Per rispondere alle più ampie e diversificate necessità aziendali, che richiedono tecniche moderne e più avanzate. Per offrire la propria consulenza in ogni momento e luogo, evitando, con una opportuna ripartizione degli incarichi tra i vari soci, sovraccarichi di lavoro che talvolta impediscono al singolo professionista di accettare mandati particolarmente impegnativi oppure da svolgersi fuori sede”. Con questo ragionamento Giuseppe Bernoni, più di quarant’anni fa, motivava sui giornali del tempo la pionieristica apertura a Milano del primo studio associato in Italia. Nel 2013, dopo oltre 50 anni di professione come Dottore Commercialista e Avvocato, con la prefazione di Marina Calderone, ha scritto per Ipsoa Editore “Professioni&Studi, associarsi per competere”.

Dott. Bernoni, recenti indagini confermano che i professionisti restano distanti dagli studi associati anche in forma di Società tra professionisti. Come mai secondo lei?

Credo si tratti innanzitutto di un retaggio culturale che storicamente il nostro paese si porta dietro. Un paese che predilige l’individualismo a forme organizzative aggregative, sia a livello imprenditoriale sia a livello professionale. Una delle più grandi sfide che può incontrare il professionista è quella di costruire un team professionale, senza privare i partecipanti della propria individualità. Specializzazione, associazione, organizzazione, visione strategica e se possibile internazionalizzazione sono i “fondamentali” che il Commercialista (ma vale anche per le altre categorie professionali) deve avere la consapevolezza di acquisire per esercitare la professione nel terzo millennio.

Perché i giovani dovrebbero mettersi insieme?

In uno studio professionale di successo, la figura dei “tuttologi” è ormai definitivamente tramontata, ammesso che abbia mai prosperato in passato. In un mondo globalizzato, la necessità delle aziende è sempre di più quella di avere risposte specifiche in tempi brevi. Lo scenario giuridico e quello economico-finanziario sono ormai intrecciati al punto che di rado la soluzione di un determinato problema richiede una sola tipologia di competenze. E con la mole di novità (legislative, di prassi e giurisprudenziali) che quotidianamente siamo abituati a fronteggiare, è impensabile che un singolo professionista, per quanto preparato, sia in grado di fornire una consulenza altamente specializzata sui diversi campi civilistici, economico-aziendali, patrimoniali, valutativi, tributari, societari e legali che possono sottostare alla medesima operazione. Poter contare su una struttura associata che integri tale multidisciplinarietà è oggi fondamentale, anzi direi indispensabile.

Cosa manca per far spiccare il volo alle Stp?

Ritengo che la Società tra Professionisti rappresenti una grande opportunità di sviluppo delle professioni, soprattutto per quanto riguarda i giovani che si affacciano al mercato privi di una clientela già consolidata e con limitate risorse finanziarie. Il condizionale però è d’obbligo in quanto ad oggi, anche se con apposito regolamento si è dato attuazione alla previsione legislativa contenuta nella legge n. 183/2011, manca qualsiasi chiarimento soddisfacente sulla disciplina fiscale delle Stp.

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