Lunedì, 13 Novembre 2017 07:10

Appalto gratuito, ecco perché il Consiglio di Stato sbaglia

Ammettere che la Pubblica Amministrazione possa pretendere dai professionisti una prestazione lavorativa gratuita, viola diffusi princìpi, generali e speciali, del nostro ordinamento. Si pone in contrasto con il carattere necessariamente patrimoniale della prestazione, non assolto da una vaga e presunta gratificazione che discenderebbe dall’aver lavorato per la P.A.A dire che il Consiglio di Stato sbaglia ammettendo l’appalto gratuito è Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro che si è espressa con un approfondimento diffuso nei giorni scorsi.

La possibilità, per un professionista, di offrire gratuitamente la propria attività lavorativa di per sé è ammessa dal nostro ordinamento, ma solo quale eccezione esplicita, alternativa unica alla presunzione della onerosità della prestazione, e solo se frutto della libera determinazione del prestatore d’opera, senza possibilità di imposizioni. Ai sensi dell'art. 3, c. 1, del Codice dei contratti pubblici (DLgs n.50/16) gli appalti pubblici sono, infatti, dei contratti a titolo oneroso, stipulati per iscritto, aventi per oggetto l'esecuzione di lavori, la fornitura di prodotti, la prestazione di servizi. Alla luce di alcune direttive comunitarie l'onerosità del corrispettivo rappresenta un elemento strumentale indefettibile dei contratti stipulatinell’ambito di un appalto pubblico.

Fondazione Studi esamina le contraddizioni di fondo contenute nella sentenza n. 4614/17 del Consiglio di Stato che ha ritenuto legittima la prestazione gratuita sulla considerazione che l'onerosità, obbligatoriamente prevista dal Codice dei contratti pubblici, può assumere per il contratto pubblico un significato attenuato o in parte diverso rispetto all' accezione tradizionale e propria del mondo interprivato.

È vero, infatti, che il nostro ordinamento riconosce la natura patrimoniale a prestazioni che nell’ambito dell’obbligazione contrattuale non prevedono il pagamento di un importo in denaro, purché economicamente ed oggettivamente apprezzabili, ma in tali ipotesi la prestazione, ed il negozio giuridico sotteso, non può dirsi gratuito, recando un interesse patrimoniale economicamente rilevante. Pertanto, la questione non è la possibilità di considerare onerosa una prestazione gratuita, bensì verificare se una prestazione professionale dichiaratamente gratuita sia ammissibile nel quadro delineato dalle direttive europee ed attuato dal Codice dei contratti pubblici, che ne impone l’onerosità. Ed in questo senso la risposta non può che essere negativa.