Giovedì, 28 Gennaio 2016 08:09

Licenziamento ammesso per conseguire maggiore profitto

La Cassazione considera legittimo il licenziamento motivato dal raggiungimento di maggiori utili da parte del datore di lavoro, anziché dall’evitare perdite. Si tratta di un principio affermato dalla Corte con la sentenza n.23620 del 18 novembre scorso.

Comune a tutti gli orientamenti, sostiene la Corte, è l'affermazione secondo cui il motivo addotto dall'imprenditore deve essere oggettivamente verificabile, ossia non pretestuoso, con onere della prova a carico dell'imprenditore stesso.

Ferma la non sindacabilità delle decisioni imprenditoriali nel merito, l'esercizio del potere organizzativo è tuttavia illegittimo per sviamento, quando il motivo addotto non risulti provato, ciò che avviene per le situazioni potestative di qualsiasi contenuto, pubblico o privato.

Nella maggior parte delle pronunce la Corte di Cassazione ha posto a base del potere di licenziare la necessità di ristrutturazione aziendale e la conseguente soppressione del posto spettante al lavoratore poi licenziato. E’ frequente la negazione della necessità di ristrutturare l'azienda (e quindi l'affermazione dell'illegittimità del licenziamento) finalizzata non ad evitare perdite economiche, bensì a conseguire un maggior profitto, anche se la negazione sembra talvolta non effettivamente verificata.

Altre volte appare sufficiente la ristrutturazione dell'assetto organizzativo, realizzato con la soppressione di uno o più posti di lavoro, al fine di evitare perdite o di incrementare il profitto.

Il motivo oggettivo, giustificativo del licenziamento, pertanto, può essere dato dalla decisione imprenditoriale di riorganizzare la produzione attraverso la soppressione di figure in pianta organica, onde realizzare economie e non sempre e solo dalla necessità di contrarre la produzione e di conseguenza di ridurre il numero dei lavoratori.

La Corte ha ritenuto che il contratto di lavoro possa essere sciolto a causa di un'onerosità non prevista, alla stregua delle conoscenze ed esperienze di settore, nel momento della sua conclusione e tale sopravvenienza ben può consistere in una valutazione dell'imprenditore che, in base all'andamento economico dell'impresa rilevato dopo la conclusione del contratto, ravvisi la possibilità di sostituire un personale meno qualificato con dipendenti maggiormente dotati di conoscenze e di esperienze e quindi di attitudini produttive. Né l'esercizio di tale potere è sindacabile nel merito dal giudice e ciò tanto più vale quando il legislatore tutela più intensamente la libertà organizzativa dell'impresa.

Al controllo giudiziale sfugge necessariamente anche il fine, di arricchimento o di non impoverimento, perseguito dall'imprenditore (anche nei casi in cui questo controllo sia tecnicamente possibile), considerato altresì che un aumento del profitto si traduce non, o non solo, in un vantaggio per il suo patrimonio individuale, ma principalmente in un incremento degli utili dell'impresa ossia in un beneficio per la comunità dei lavoratori.

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