Lunedì, 11 Gennaio 2016 12:01

Intervista del Sen. Sacconi pubblicata sul Corriere della Sera di oggi

"Contratti, dai sindacati un ferro vecchio. Difficile un'intesa con Confindustria"

Intervista a Maurizio Sacconi di Lorenzo Salvia
(dal Corriere della Sera)

Presidente Maurizio Sacconi (NCD), ha visto la proposta unitaria di Cgil, Cisl e Uil sul nuovo modello dei contratti? Che cosa ne pensa?
«Mi pare una non notizia».

Ma dentro ci sono cose importanti, e che lei sostiene da tempo, come il welfare aziendale e la contrattazione decentrata, cioè quella fatta sul territorio o direttamente in azienda.«Molti contenuti sono più arretrati rispetto a quello che la legge già consente, come la contrattazione decentrata che può fare solo quello che decide il contratto nazionale. Ma non è questo il problema».

E qual è allora?
«Quel documento è in sé un ferro vecchio e non è la premessa per un accordo».

Questo perché il presidente di Confindustria è vicino alla scadenza del suo mandato ed è difficile che impegni l’organizzazione su un punto così delicato?
«No, non solo. Anche loro sono consapevoli che queste cose non hanno senso».

Scusi, ma cosa intende con queste cose?
«La logica confederale, cioè la pretesa di omologare tutte le categorie di lavoratori e imprese, non regge più. Anche se dentro quel documento ci fossero solo ottime proposte, cosa che non è, si creerebbe un vincolo, si avrebbe la pretesa di omologare il bisogno di cambiamento dentro un modello rigido. Guardi, in un tempo opaco per le relazioni industriali ma denso di problemi per le imprese e i lavoratori l’unico raggio di sole è arrivato con la proposta di Federmeccanica».

Che spinge molto sulla contrattazione aziendale, mettendo sul piatto 260 euro di aumenti, anche in forma di welfare. Ma sono principi che ci sono anche nel documento unitario dei sindacati, non crede?
«Il punto non è partire dai modelli astratti ma dai bisogni concreti dei lavoratori e delle imprese. I primi chiedono più sicurezze in termini di welfare e occupabilita', le seconde più efficienza. E tutti sanno che gli aumenti si fanno solo dove si produce ricchezza».

Questo funziona quando le cose vanno bene.
«Questo serve a far andar bene le cose. La proposta di Federmeccanica alzerà i salari e il loro potere d'acquisto ma alzera' anche la produttività riducendo il costo del lavoro per unità di prodotto. Fa il bene del lavoratore, delle imprese e dell’economia in generale perché fa salire sia i consumi che gli investimenti. È quello di cui abbiamo bisogno nel 2016, visto che la domanda estera si riduce e si riducono pure gli incentivi sul lavoro, come giusto che sia. Se va in porto, la proposta di Federmeccanica è più importante del Jobs Act».

E andrà in porto, secondo lei?
«Credo di sì, perché ha intercettato una domanda reale dei lavoratori e delle imprese».

Però nelle aziende medio piccole, che poi sono la maggior parte, è difficile fare una cosa del genere.
«Non è vero, vengono riproposti su base nazionale gli schemi di Treviso. Lì, su base provinciale, ci sono schemi di accordo aziendale in cui anche l’impresa che non ha un sindacato interno scambia salario accessorio ed eventuali benefit con indicatori di efficienza, sottopone l’accordo ai lavoratori che lo votano e poi beneficia della detassazione. Funziona».

Il Governo aveva detto che senza un accordo fra sindacati e Confindustria sul nuovo modello di contratti avrebbe presentato una proposta di legge sul salario minimo. Lei dice che l’accordo non si farà: quella proposta, quindi, è in arrivo?
«Credo che in questo momento si possa fare a meno anche della legge. La proposta di Federmeccanica conta di più, perché darebbe vita a una nuova dimensione di dialogo sociale».

Ridimensionando il ruolo del sindacato.
«Non è vero. Il sindacato cogestirebbe un esteso welfare integrativo, otterrebbe vera formazione, che significa non lasciare il lavoratore indietro rispetto alla tecnologie, un tema enorme per un Paese con tanto lavoro routinario destinato a sparire. Guardi, ha presente Bob King?»

L’ex leader del sindacato americano dell’auto?
«Proprio lui. Dice “Noi vogliamo fare ceto medio”. Mica pensa di cambiare il mondo».

Come da noi Maurizio Landini...
«(Ride) Guardi che, anche se con qualche vizio ideologico, Landini la svolta del sindacato di mestiere l’ha annusata prima degli altri».