Venerdì, 08 Gennaio 2016 09:10

Professioni, occhi puntati sul TTIP

.Negli anni passati le professioni sono state costrette a subire politiche di liberalizzazione che hanno penalizzato i cittadini. Ma sarebbe un errore pensare che quella delle liberalizzazioni selvagge sia  una stagione che appartiene al passato. Con il TTIP, l'accordo di libero scambio tra Unione Europea e USA in fase di negoziazione, le libere professioni italiane rischiano di cedere il posto alle multinazionali straniere. Rispetto al passato, però, gli ordini possono oggi contare su un “presidio permanente” in Europa. Su indicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la presidente dei Consulenti del lavoro e del Comitato unitario delle Professioni Marina Calderone è stata scelta quale rappresentante italiano del mondo del lavoro intellettuale e quindi delle professioni al Comitato economico e sociale europeo (Cese). L’insediamento dell’organo consultivo è avvenuto il 6 ottobre 2015 a Bruxelles e durerà cinque anni. Ma la battaglia per la difesa del valore sociale delle professioni ordinistiche italiane (in proporzione con il più numero di iscritti rispetto agli altri Paesi europei) è già cominciata. Visto che il nuovo mandato del Cese è iniziato che il TTIP era già in fase avanzata.

Sulla carta lo scopo dell'accordo TTIP è la riduzione di dazi e altre limitazioni al commercio, agli investimenti e alla libera circolazione dei servizi, assicurando il massimo livello di tutela, certezza, e parità di condizioni agli investitori europei in USA. Secondo l'Unione Europea le opportunità che si aprirebbero per le PMI dopo la sottoscrizione del partenariato sarebbero molteplici poiché gli ostacoli commerciali tendono a penalizzare in maniera sproporzionata le imprese più piccole che, rispetto alle imprese di dimensioni maggiori, dispongono di meno risorse per superare tali ostacoli. Un trattato, pero, non privo di insidie. In un'area di libero scambio con regole volte alla liberalizzazione più spinta, l'impatto economico e decisionale delle multinazionali potrebbe rappresentare un nuovo e vero ostacolo per le piccole e medie imprese. Inoltre, l’eliminazione delle barriere che frenano i flussi di merci potrebbe rendere più facile per le imprese scegliere dove localizzare la produzione in funzione dei costi, in particolare di quelli sociali, alterando pesantemente gli equilibri di mercato e la salvaguardia di standard elevati per quanto riguarda i diritti dei lavoratori ed i livelli di welfare. Ci sarebbero anche rischi per i consumatori perché i principi su cui sono basate le leggi europee sono diverse da quelli degli Stati Uniti. In Europa vige il principio di precauzione (l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi) mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria).

La liberalizzazione frutto dell’Accordo TTIP riguarda anche i servizi, coprendo sostanzialmente tutti i settori compreso quello professionale. Fulcro principale dell'accordo è quello di eliminare tutti gli ostacoli, non solo doganali e tariffari ma anche normativi e regolamentari (le cosiddette "barriere non tariffarie"). “Per le professioni ordinistiche”, spiega Marina Calderone, “uno scenario di liberalizzazioni spinto potrebbe minare la natura stessa del sistema, che ha assunto il preciso ruolo di garante a tutela dei cittadini e con una precisa funzione sussidiaria nei confronti delle Pubblica Amministrazione e delle Istituzioni. Inoltre, essendoci tra USA (dove il fattore "capitale finanziario" ha un ruolo fondamentale anche per l'apertura degli studi professionali) e Unione Europea norme e regole diverse per l'accesso alle attività professioni,  potrebbero essere minacciati gli alti standard di qualità garantiti dai professionisti italiani nello svolgimento quotidiano delle proprie attività. Il libero stabilimento di grandi studi professionali e delle multinazionali in Italia, pur garantendo un giro di affari maggiore, se non governato da precise regole, andrebbe a discapito degli oltre 5.000 studi professionali presenti sul territorio. La libera concorrenza senza regole ha come vittime sacrificali tanto i cittadini quanto i piccoli studi professionali”.