Giovedì, 07 Gennaio 2016 09:10

Una finestra sull'Europa

Editoriale a cura di Marina Calderone

Negli Stati Uniti l’economia postindustriale basata sul sapere e sull’innovazione sta cambiando profondamente il mercato del lavoro, sia per la tipologia dei beni prodotti sia per le modalità e, soprattutto, le località in cui vengono realizzati, creando enormi disparità geografiche in termini di istruzione scolastica, aspettativa di vita e stabilità famigliare. Per alcune regioni e città, infatti, la globalizzazione e la diffusione di nuove tecnologie vogliono dire aumenti nella domanda di lavoro, più produttività, più occupazione e redditi più alti. Per altre la chiusura di fabbriche, disoccupazione e salari sempre più bassi”. E’ questa la premessa al libro “La nuova geografia del lavoro” scritto da Enrico Moretti qualche tempo dopo il Crack della banca d’affari americana Lehman Brothers del 2008: l’origine della crisi più lunga dal dopoguerra. Un saggio sulle nuove dinamiche occupazionali che sostiene, fra le altre cose, come ogni posto di lavoro creato nei centri di eccellenza (Apple per esempio) ne genera altri cinque in settori diversi dimostrando così quale valore strategico ha il capitale umano.

Del resto non è un caso se, in questi anni di generale recessione per le economie occidentali, gli stati Uniti d’America sono ritornati a crescere prima degli altri. L’aver messo a fuoco le criticità e spinto su una strategia d’insieme ha pagato. L’Italia, per esempio, non può certo dirsi a corto di capitale umano e di ingegno. Giusto per restare su un terreno da noi conosciuto, ci sono oltre 2,5 milioni di professionisti intellettuali nel nostro Paese. Eppure, quando parliamo di ripresa, i nostri tassi di crescita su base annua a fatica si avvicinano all’1%. Dove sta il problema, allora? Cosa ci sfugge? Nonostante il tamtam mediatico sulle slide di Renzi che “sulla carta” lasciano intravedere una ripresa economica e un relativo aumento delle assunzioni (meglio definirle trasformazioni di rapporti in essere) la disoccupazione è passata in un anno dal 12,8% all’11,8% e per quanto riguarda i giovani dal 41,3% al 40,5%. Si dirà, è comunque un segnale di ripresa. D’accordo, ma si può e si deve fare meglio. Il dato in realtà è un altro. L’esonero contributivo è stata la dimostrazione che l’occupazione si crea abbassando il costo del lavoro. Possono bastare gli esempi della FCA guidata da Sergio Marchionne (primo sponsor del Jobs Act e del suo contratto a tutele crescenti), che per lo stabilimento di Melfi ha assunto oltre 1500 operai, e di Prada che, per gli stessi motivi, sta riportato la sua produzione di abbigliamento in Italia? 

Non ho citato a caso gli Stati Uniti. Forse non tutti sanno, perché in questi mesi in fin dei conti poco se n’è parlato, che l’amministrazione di Barack Obama è impegnata con l’Europa in un negoziato sul libero mercato definito TTIP - Trattato Transatlantico del libero commercio -che potrebbe incidere sul nostro futuro più di quanto hanno fatto negli ultimi dieci anni prima le liberalizzazioni di Bersani (tariffe e pubblicità) e poi quelle di Monti (società e formazione). Si ricorderà come, in entrambi i casi, il messaggio sui media fu “…è l’Europa che ce lo ha chiesto”. Forse non era proprio così. Ma resta il fatto che ormai le politiche europee sono quelle destinate ad incidere sempre di più nell’economia dei Paesi europei (austerità compresa). S’impone, così, anche per le rappresentanze delle professioni liberali espressione del lavoro intellettuale una presenza più incisiva sullo scenario europeo. Il Comitato unitario delle professioni è riuscito in questo intento. Su nomina del Consiglio dei Ministri, gli Ordini professionali italiani sono entrati a far parte del Comitato economico sociale europeo. Sento tutta la responsabilità di questo nuovo incarico perché da Bruxelles passano dossier importanti, a volte dopo che fra stati siano stati raggiunti degli accordi. Vedasi il caso del TTIP la cui trattativa si basa su documenti conosciuti da pochi. Vale la pena, tuttavia, ricordare che gli ordini italiani non hanno mai avuto una presenza all’interno di una delle istituzioni europee come lo è il Cese. Sarà l’occasione per dimostrare quanto vale il lavoro intellettuale e non permettere nuove liberalizzazioni selvagge sulla pelle dei professionisti e a beneficio di poche ma ben strutturate multinazionali.